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La Missione di Sembè PDF Stampa E-mail
Lunedì 15 Marzo 2010 23:30

La Missione di Sembè: un'esperienza d'amore coinvolgente
di Antonio Russo

Il 6 novembre parte dal Veneto orientale per il Congo-Brazzaville, la nostra spedizione umanitaria di aiuto ad una missione cattolica di suore francescane, fondata da Suor Rita Panzarin. La missione si trova in un villaggio sperduto nella foresta tropicale raggiungibile solo da una stretta ed unica pista sterrata e dissestata che solca per centinaia di chilometri la jungla in un crescendo di ostacoli ed insidi.Dislocati lungo la pista villaggi fatti di capanne di fango e rami intrecciati preda, come la pista, del fango nella stagione delle piogge e della spessa polvere rossa che ricopre case e foresta nella stagione secca e tutto, capanne e foresta, si colora di rosso.


Col suo carico di attrezzature per un impianto fotovoltaico, medicinali e scorte di riso, farina, latte in polvere ed altri alimenti che a Sembé non si trovano e che servono all’unico ospedale esistente in un raggio di 150 km la spedizione, messa a dura prova, impiega 5 giorni per coprire i circa 600 km di pista che separano la base dalla missione.

 

Un’amica missionaria laica, Anita Poncini del Gruppo lavoro Africa di Ascona (Svizzera), che vive laggiù dal 1996 con brevi rientri in Ticino, così descrive Sembé: “Sembé è uno dei rari villaggi situati su una delle ancor più rare piste che tagliano la giungla e presenta cicatrici profonde dovute allo stato di isolamento e di abbandono. È esclusa dalle vie di comunicazione e perciò pure dagli scambi commerciali. Gli insediamenti della regione sono costituiti per l’80% da Pigmei.


È formata da abitazioni e capanne di terra disseminate nella “brousse” su un’area ricavata nella giungla che domina maestosa tutt’intorno e collegate tra loro da sentierini che spariscono nel folto della vegetazione tropicale. La maggior parte di queste abitazioni non ha che un pavimento di terra; come letto una branda di canne di bambù che isola dal suolo umidissimo e dai vari insetti e rettili, o anche semplicemente una stuoia o una scorza d’albero; qualche tronchetto come panca, pochissime rudimentali masserizie, il fuoco e l’odore acre del fumo frammisto a quello dei corpi.

A Sembé centro troviamo soprattutto i bakwélé, di razza bantu. La presenza dei musulmani, calati dal Camerun e pure dal Niger per istallare le loro tipiche botteghe che si snodano lungo un centinaio di metri ai lati della strada che taglia la località, è la sola ad assicurare un minimo approvvigionamento di generi di prima necessità. Lungo la pista si affacciano piccoli villaggi dove sono insediati bantu e pigmei baka, sempre divisi gli uni dagli altri.”


Ma la realtà è ancora più deprimente se si considerano i bimbi e le donne. I primi malnutriti, le seconde disperate al pianto per fame dei propri figli, ai quali spesso nulla hanno da dare se non il poco latte di seni aridi come la sabbia del deserto o, ai più grandi, manioca. La mortalità infantile è altissima nonostante l’ospedale ne salvi centinaia. Carenze nutrizionali e igieniche fanno strage.
Tutti vivono senza acqua né elettricità e le pulizie personali si fanno nei corsi d’acqua dove si attinge anche per gli usi quotidiani.


Appena fuori del villaggio, in un ampio spiazzo al colmo di un colle, dominata dal bell’ospedale voluto e costruito con ferrea volontà da Suor Rita, la missione appare come un’oasi ad un viandante esausto. L’ospedale è ormai il riferimento di quel popolo per un vastissimo raggio.

L’attrezzatura è discreta, essenziale, obsoleta per i nostri i canoni e le medicine poche, ma è in grado di far fronte alle patologie più comuni e agli interventi chirurgici non troppo impegnativi, il che è un vero miracolo vista la povertà e l’isolamento dei luoghi.
All’interno della missione centinaia di bambini vi passano la giornata imparando a leggere, far di conto e prendere coscienza di sé e delle proprie potenzialità. La scuola schiude loro il mondo oltre la quinta di una foresta senza orizzonte. La scuola è forse ancora più utile dell’ospedale e la missione ne ha istituite diverse in vari villaggi limitrofi. Alle donne si insegnano i fondamenti dell’igiene.


Grazie all’impegno delle suore e di volontari, l’esterno dell’ospedale, con le sue linee essenziali che riproducono l’architettura tipica africana, i vivaci colori, le piante e i fiori, i giochi per i bambini, ha un aspetto gradevole ma l’interno è il regno della sofferenza, dove i lamenti degli ammalati sono il grido di dolore di tutta l’Africa sfruttata ed abbandonata, la sua immagine che si proietta nelle nostre coscienze, la richiesta di aiuto rivolta ad un’Europa sorda, distratta e indifferente.


Lì c’e bisogno di tutto: denaro per acquistare cibo e medicine, vestiario, attrezzature sanitarie, medici con varie specializzazioni ed ogni altro aiuto.

Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Settembre 2011 18:59
 

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